COMUNICARE CON IL PAZIENTE: QUANDO LE PAROLE CURANO
Della mia esperienza in Croce Rossa ricordo bene la paura negli occhi dei feriti che trasportavamo in Pronto Soccorso in codice rosso o giallo.
A quella paura si aggiungeva, talvolta, l'ansia di qualcuno di noi che – con la voce alta e preoccupata – chiedeva al ferito se si sentisse male. Un gesto istintivo e fatto con le più buone intenzioni, certo, ma che spesso non faceva altro che aumentare il loro stato d'agitazione… e il loro battito cardiaco.
Qualcosa di simile accade anche durante le visite mediche. Mi capita di incontrare specialisti che, con espressione seria e termini complessi spiegano il problema senza accorgersi che, così facendo, alimentano la mia ansia invece di ridurla.
Sono piccole situazioni quotidiane che ci ricordano una cosa semplice ma decisiva: il modo in cui si parla ad un paziente conta quanto ciò che si sta facendo per lui.
Dire "Come si sente ora?" è molto diverso da "Sente ancora tanto male?"
E frasi come "Non dovrebbe essere nulla di grave, ma dobbiamo vedere…" rischiano di preoccupare molto più di un rassicurante "Facciamo prima degli esami, così capiamo insieme la strada migliore."
La paura – e le reazioni fisiologiche che ne derivano – dipende anche da come una persona vive quel momento. C’è chi è più suggestionabile, chi più resiliente, ma per tutti vale lo stesso principio: spiegare un problema in modo chiaro, empatico e rassicurante aiuta il paziente a viverlo meglio e a sentirsi più al sicuro.
Comunicare bene non è un optional: è parte integrante della cura.